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Caduta accidentale come prevenirla grazie all’allenamento funzionale

La caduta accidentale è un evento molto più frequente di quanto si creda che può avere conseguenze pesanti sia a livello fisico che emotivo, contribuendo ad alimentare un’insicurezza pericolosa in determinate fasce d’età nelle quali sentirsi in grado di svolgere le comuni attività quotidiane è fondamentale.

Questa tipologia di incidente riguarda infatti principalmente le persone sopra i 60 anni e si colloca addirittura al 2° posto nella particolare classifica delle morti accidentali.
Nella maggior parte dei casi, richiede un intervento medico per appurare la gravità delle conseguenze e decidere il protocollo da seguire.

Il punto di vista che vogliamo adottare in questo articolo, che ci riguarda da vicino perché rappresenta un ambito di intervento nel quale possiamo attivamente lavorare, è quello della prevenzione: come limitare la possibilità di caduta accidentale negli anziani attraverso l’allenamento, per mantenere efficaci e sviluppare dove possibile capacità come l’equilibrio, svolgendo un lavoro funzionale.

La maggior parte dei casi, il trauma avviene in ambiente domestico, normalmente non percepito come un ambiente di rischio. Nonostante siano noti a tutti quei comportamenti virtuosi e semplici che permetterebbero di evitare cadute accidentali – togliere i tappeti, adottare le misure di sicurezza necessarie sotto la doccia come i cosiddetti “presidi anticaduta”, evitare di salire sopra sedie o scalette – molto spesso queste buone abitudini non vengono prese in considerazione ed è necessario correre poi ai ripari.
Che cosa possiamo fare dunque per evitarle?

L’età, un fattore di rischio

I dati ci dicono chiaramente che più aumenta l’età, più aumenta la probabilità di essere vittime di cadute accidentali.
Ogni giorno diventiamo un po’ più “vecchi” del giorno precedente e questo è un processo fisiologico, ma allo stesso tempo anche soggettivo perché influenzato da condizioni strettamente legate a fattori quali patologie, infortuni precedenti, stile di vita e lavoro svolto.

L’ipomobilità e la concomitanza di possibili patologie, traumi pregressi e alterazioni varie dovute al processo fisiologico di invecchiamento, possono portare ad un aumento del rischio di cadute accidentali e ad un peggioramento dei livelli di autonomia.

Superata una certa età, si va incontro a una regressione motoria, dovuta principalmente alle alterazioni anatomo-funzionali che compromettono anche la nostra capacità di recepire le informazioni esterne e interne (esterocettori e propriocettori), rielaborarle e trasformarle in azioni motorie.

Cosa possiamo fare per rallentare questo decadimento?

Come diminuire la probabilità di caduta accidentale

Fondamentale per combattere questo processo è affidarsi ad un professionista che possa stilare un programma di attività adattato alle singole esigenze della persona che si basi sul miglioramento della consapevolezza corporea e lavori sulle capacità motorie principali, soffermandosi sulle problematiche legate all’equilibrio e sulle capacità condizionali come

  • forza
  • resistenza cardio-polmonare
  • la mobilità articolare

La forza

La perdita della muscolatura e una diminuzione della forza sono fenomeni strettamente legati all’invecchiamento. Infatti, la massa muscolare diminuisce dal 3% al 6% ogni dieci anni dopo i 60 anni, ma l’allenamento contro resistenza può far raggiungere ottimi risultati.

La riduzione della forza può essere riconducibile a fattori quali

  • diminuzione o assenza di pratica dell’esercizio fisico
  • perdita della massa magra associata a un aumento della massa grassa
  • alterazioni muscolari e nervose

Un deterioramento della forza degli arti inferiori è correlato ad una minore sincronizzazione e reclutamento di unità motorie e può portare a difficoltà nel correggere perdita di equilibrio, velocità per alzarsi dalla posizione seduta, alterazioni di velocità e coordinazione nel camminare, capacità di salire e scendere un gradino.

In questo senso, il lavoro deve essere graduale e bisogna avanzare un passo per volta per non sottoporre il soggetto a condizioni di stress improvviso.
Si può iniziare a lavorare su schemi motori abituali utilizzati nella vita di tutti i giorni, per poi evolvere in esercizi più complessi, prediligendo il movimento a corpo libero e inserendo progressivamente l’utilizzo di bande elastiche e sovraccarichi. Se si sceglie un lavoro con l’utilizzo di macchinari isotonici, bisogna valutare sempre lo stato di partenza del soggetto e il carico articolare a cui lo si può sottoporre.

La mobilità articolare

Una diminuzione della mobilità articolare può alterare la capacità di controllare il movimento, l’equilibrio e portare quindi ad un aumento dei traumi. Si possono riscontrare anche difficoltà funzionali nell’affrontare i compiti più semplici della vita quotidiana, come camminare, fare le scale, raccogliere oggetti da terra o vestirsi.

Nella terza età, un peggioramento della mobilità articolare può andare ad aggiungersi ad ulteriori limitazioni fisiologiche; per comprenderne dunque l’impatto bisogna anche fare un’attenta anamnesi del soggetto valutando ad esempio l’attività motoria praticata negli anni precedenti, il lavoro svolto in età adulta e l’utilizzo di farmaci.

Il programma dovrà comprendere un lavoro che coinvolga tutte quelle posizioni di instabilità usuali e meno usuali, anche in posizione monopodalica o su superfici instabili, e deve essere accompagnato da movimenti lenti e controllati del corpo.
L’obiettivo, sarà aiutare il soggetto a modificare tutti quegli atteggiamenti errati assunti ogni giorno, ad esempio il modo in cui ci si siede, si va a terra, ci si alza dal letto o si porta un peso.
Anche tutte le altre capacità coordinative devono essere integrate nell’allenamento, prima in maniera singola per poi essere inserite all’interno di esercizi più completi.

La resistenza cardiopolmonare

L’allenamento va sviluppato tenendo in considerazione anche la resistenza cardiopolmonare, per migliorare la frequenza cardiaca a riposo e sotto sforzo. Generalmente, si utilizza la formula di Cooper per calcolare la frequenza cardiaca massima, che viene monitorata con un cardiofrequenzimetro, il cui risultato potrebbe essere alterato dall’utilizzo di alcuni farmaci; per questo è sempre consigliato confrontarsi con il medico di base o uno specialista.

L’allenamento nella terza età

Prima di iniziare ad allenarsi è necessario valutare la condizione di partenza ottenendo il nulla osta del medico. Va eseguita una profonda anamnesi che indaghi eventuali assunzioni di farmaci che potrebbero alterare l’attività o la lucidità del soggetto, traumi e operazioni passate.
Solo dopo aver tracciato il quadro completo, si potrà passare alla valutazione vera e propria delle capacità.

È altresì importante porre domande generali sulla vita personale, sapere come si trascorre la giornata, se si hanno interessi di natura sociale, nipoti di cui prendersi cura, lavoro svolto in età adulta e se si è mai praticato sport o attività motoria.

È fondamentale individuare il limite fino al quale si può spingere il soggetto e prestare attenzione a non superarlo, pena il mancato raggiungimento degli obiettivi motori prefissati e il superamento della soglia di rischio.

La scelta migliore è quella di affidarsi a personale qualificato che possa valutare la condizione di partenza e controllare periodicamente i miglioramenti.
Un istruttore qualificato, inoltre, collabora – proprio come in Training and Rehab – con più figure professionali (medico, fisioterapista, nutrizionista) e si basa su un elenco di obiettivi da raggiungere controllandone progressivamente l’avanzamento.

La vecchiaia non è una malattia, ma una fase della nostra vita alla quale è bene arrivare pronti e preparati.
Quando si può smettere di fare attività motoria? MAI.
Quando si può iniziare? Il prima possibile.

Giampaolo Mariotti
Laureato in Scienze Motorie
Specializzato in Rieducazione Funzionale e Posturologia

2022-04-12T13:36:21+02:00